Un’antica storia cinese sulla consapevolezza e le religioni

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uomo che cade in un pozzo, storia cinese di oshoOggi vi voglio raccontare una storia che mi ha sempre affascinato sin dalla prima volta che l’ho letta. E’ un po’ lunga, così cercherò di essere sintetico.

Durante una festa un uomo cadde in un pozzo non circondato da muri protettivi, come si costruivano in quell’epoca in Cina. L’uomo gridava: «Salvatemi!», ma a causa del frastuono della musica e delle danze nessuno lo sentiva.

Passò nei paraggi un monaco buddhista e sentendo queste urla si chinò sul pozzo e guardò in basso. “Meno male!” disse l’uomo da sotto, e continuò dicendo che aveva paura di morire, ma adesso era salvo.
Il monaco però rispose: «Ciò che ti è successo dipende sicuramente da una cattiva azione del passato, per cui accetta la tua punizione e muori conseguendo la libertà! Nella prossima vita ricomincerai ripulito dalle tue colpe», e così dicendo se ne andò.
L’uomo pensò che non era certo di filosofie e saggezza che aveva bisogno in quel momento e sperò in qualcun altro.
Arrivò un vecchio taoista per bere al pozzo. L’uomo stava sempre urlando per farsi salvare ma lui disse: «Accetta ciò che viene, sii uomo!», e aggiunse: «Noi crediamo nell’individuo e nella sua libertà. Cadere nel pozzo e morirci è una tua libertà, ti darò solo un consiglio: accetta il tuo destino e sii felice, intona una canzone e lascia questo mondo. Prima o poi tutti moriremo, quindi perché salvarti?». E anche lui se ne andò.
A quel punto sopraggiunse un confuciano, e l’uomo sperò in lui, perché i confuciani sono più pratici, più concreti. Pensò che doveva fare in modo diverso dalle volte precedenti. «Sono fortunato che sia passato di qui uno studioso di Confucio, ti prego fa qualcosa per me. Confucio insegna: “Aiuta gli altri”».
Il monaco confuciano rispose: «Ti aiuterò. Andrò in città e protesterò fino a quando il governo non metterà un muro di protezione intorno a tutti i pozzi della Cina».
Allora l’uomo disse: «Ma per allora io sarò già morto!».
Il confuciano replicò: «L’individuo non conta, solo la società è importante! Quindi non sprecherò il mio tempo qui quando posso andare subito al punto».
Il quarto uomo che passò era un frate missionario cristiano. Aveva con sé una borsa, la aprì e ne estrasse una corda e porse in salvo l’uomo in un attimo. «La tua religione sembra la più vera e concreta».
Il missionario rispose: «Certo, noi siamo sempre attrezzati. Sapendo che spesso le persone cadono accidentalmente nei pozzi, porto sempre una corda per salvarli. Il nostro scopo è aiutare il prossimo, infatti solo salvando gli altri posso salvare me stesso. Però mi preoccupa quello che ha detto il confuciano. Se il pozzo fosse protetto da un muro nessuno vi cadrebbe più, e come farei io a salvarlo e mettermi al suo servizio?».

Piaciuta?
Io la trovo molto bella. Non andrebbe commentata, ma faccio un’eccezione.
Quale tra i quattro “pensieri” religiosi era il migliore?
Questi pensieri lavorano su piani differenti, da quello più concreto a quello più elevato. Credo che tutti siano giusti e tutti siano sbagliati.
Se parliamo di altruismo, allora dovremmo mettere sempre prima gli altri di noi stessi. Però probabilmente non sarebbe pratico, infatti l’egoismo è necessario per la sopravvivenza. Senza di esso non dovremmo nemmeno mangiare per non uccidere altre creature di Dio. Credo che la consapevolezza dell’esistenza di questi diversi “piani esistenziali” e il loro rispetto sia la chiave. Perciò l’ideale è una fusione tra loro.
Le nostre azioni passate hanno ripercussione sul presente, non dimentichiamolo.
Accettare con la giusta predisposizione ciò che ci accade non esclude il lottare perché ci accada il meglio che riteniamo giusto per noi.
Lottiamo per le cose che migliorano la società e lo stato di chi è più debole.
Siamo pratici e facciamo tutto ciò senza perdere di vista la realtà e le cose concrete che possiamo fare per noi stessi e per gli altri. Se non salviamo prima noi sarà molto difficile essere utili a qualcun altro.

Questo è quello che trovo in questa bella storia che ho letto nel libro: “Liberi di essere”, di Osho (Oscar Mondadori del 2008). Ve lo consiglio! 🙂

By WENZ

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3 Commenti

  1. guitargirl

    Ecco appunto, è un bell’impegno salvare se stessi, c’è poco spazio per pensare agli altri. Anche il monito cristiano ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ sembra assurdo. Anche se sentiamo che non esiste un ‘altro’ perchè l’altro è in noi, come noi, eppure ce ne sentiamo separati e all’atto pratico non ce ne vogliamo occupare, abbiamo paura di quell’immagine speculare che non riconosciamo come nostra. In conclusione, non ci occupiamo di noi stessi, abbiamo paura di guardarci come veramente siamo, è un serpente che si morde la coda. Non ci si salta fuori…

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    1. Wenz (Autore Post)

      Sì, è complicato. Nessuno, tranne i grandi maestri, può dire di essere puro. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” diceva Gesù. Ma vale anche per il confronto con noi stessi. Quando proviamo pietà e dispiacere per le disgrazie altrui, è certo che a una parte di noi non importa un fico secco. Questo bisogna imparare ad accettarlo, il male non è una contaminazione da scacciare, ma una complicata realtà che non sappiamo spiegarci… è l’etica dell’uomo, quella innata. Può forse una pantera provare pietà per una sua preda? No. E in noi c’è anche la pantera, dobbiamo accettarlo. Se l’accettiamo lei starà lì buona, riusciremo a domarla e piano piano se ne andrà via da sola quando saremo spiritualmente più elevati. Questo non significa essere cattivi. Significa essere e basta. Fare quello che si sente giusto. Se lo facciamo con la giusta predisposiazione faremo sempre il bene, cioè il meglio che possiamo.

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  2. guitargirl

    Del resto provare vera pietà e immedesimazione sempre e comunque sarebbe distruttivo, sia verso l’altro, che non si potrebbe aiutare nel momento in cui si fosse invasi dallo stesso ‘male’, che verso se stessi. La legge della sopravvivenza ci ha dotato del proverbiale ‘sano egoismo’, senza il quale, giustamente, non potremmo stare al mondo a mangiar carne e pesce o, per dire, a schiacciare zanzare qui nella pianura padana. Chi comunque si sente preda nella vita e ad un certo punto, e solo per sopravvivere, deve imparare ad essere più pantera, è facile che si scopra alla fine carnefice di se stesso due volte, primo per la ripugnanza che prova per le proprie azioni, due perché prova pure pietà per la sua preda. Anche ‘sto ‘sano egoismo’ dove inizierà e dove finirà mai?

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