Osho, musica e meditazione

La via del silenzio interiore attraverso l’armonia dei suoni

di Enzo Crotti

Quando si parla di musicoterapia, nada yoga e suoni curativi, lo sguardo si rivolge spesso ai grandi maestri e filosofi del passato. Esiste tuttavia una figura contemporanea che ha saputo delineare con straordinaria chiarezza il legame tra musica, consapevolezza e meditazione: Osho. Attraverso metafore vivide, aneddoti e storielle spiritose, il maestro ha lasciato un insegnamento profondo su come l’arte dei suoni possa trasformarsi nella via d’accesso privilegiata al divino.

osho con chitarra

Non croci, ma chitarre!

La straordinaria positività del pensiero di Osho si condensa in un’immagine potentissima: il contrasto tra la “croce” – intesa come simbolo di sofferenza e penitenza – e la “chitarra”, veicolo di gioia e celebrazione. La musica, in quest’ottica, diventa la metafora danzante dell’esistenza stessa.

Tutto ciò che ci circonda sulla Terra partecipa a un’immensa, cosmica risata. Gli alberi, i fiori, gli uccelli: la natura intera celebra, ad eccezione dell’essere umano. La tristezza dell’uomo moderno nasce dal suo attaccamento morboso alle parole, dalla sua incapacità di concedersi momenti di puro e autentico silenzio. È proprio nel silenzio che fioriscono la musica, la danza e la vita. Non servono dogmi o ideologie; basta semplicemente partecipare a questa sinfonia universale.

La vera rivoluzione interiore comincia da una risata liberatoria nei confronti di chi tenta di manipolarci o renderci tristi per spezzare la nostra sintonia con il creato. Il giorno in cui decideremo di ridere in faccia alle ipocrisie del potere, ogni “croce” che portiamo sulle spalle verrà finalmente sostituita da una chitarra.

Nota dell’autore: Nel discorso originale, Osho faceva riferimento a un antico strumento indiano (il sitar o la veena), ma data la mia deformazione professionale ho preferito adottare la chitarra, che sposa perfettamente lo spirito della metafora. (cfr. “Om Mani Padme Hum”, Capitolo 22)

Il mantra Soham: la musica del respiro

Il silenzio è da sempre la chiave di volta di ogni sentiero meditativo. Da un punto di vista puramente fisico, il suono che percepiamo dall’esterno non è che il risultato di “sfregamenti molecolari” elaborati dal nostro cervello. Quando gli stimoli esterni si azzerano, entra in gioco il silenzio interiore, capace di proiettarci istantaneamente verso il nostro centro.

Anche in assenza di input sensoriali, la nostra coscienza rimane vigile. È in quel momento che possiamo finalmente ascoltare la nostra musica biologica: il battito del cuore, il flusso del respiro, lo scorrere del sangue.

Un antico mantra indiano recita Soham, che significa “Io sono Quello”. Non si tratta di una parola da ripetere meccanicamente a livello mentale, ma di un’esperienza che accade spontaneamente quando si raggiunge il vero silenzio. Soham è un suono onomatopeico: è la melodia naturale del nostro respiro. Se ci trovassimo all’interno di una camera anecoica completamente insonorizzata, resteremmo stupiti nel percepire questo flusso costante, che di solito ignoriamo perché costantemente distratti dal rumore del mondo.

Ricercare il silenzio in modo naturale – attraverso la meditazione sul respiro, la preghiera o l’estasi artistica – significa escludere il fuori per riscoprire quel flusso di energia vitale che ci riconnette alla sorgente dell’esistenza.

donna che medita in silenzio e respira

Il tamburo: lo strumento del cuore

Con la metafora del tamburo, Osho ci riporta alle nostre radici primitive. Il ritmo è la componente musicale più arcaica e viscerale, un’energia fondamentale che ci protegge dal rischio di trasformarci in macchine fredde e disumanizzate.

Sebbene non vi siano certezze storiche assolute, è quasi indubbio che il primo strumento creato dall’essere umano sia stato un tamburo o un tronco incavato. Questo accade perché il ritmo precede la melodia nell’evoluzione umana, e ha radici biologiche profonde. Durante i nove mesi di gestazione nel grembo materno, l’udito del feto si sviluppa immerso in un suono costante e rassicurante: il battito del cuore della madre.

Questo ritmo si imprime nel nostro sistema corporeo e mentale. Non a caso, le madri cullano i neonati stringendoli al petto per calmarli. Anche da adulti, il battito mantiene un richiamo ancestrale irrinunciabile (pensiamo a chi combatte l’insonnia ascoltando il ticchettio caldo di un vecchio orologio a pendolo).

Il tamburo parla direttamente al cuore, senza filtri intellettuali. È universale, immediato e accessibile a chiunque. Chi non risente del richiamo del ritmo ha purtroppo smarrito la propria naturalezza originaria, lasciandosi anestetizzare dall’artificialità della vita moderna.

tamburo sciamanico e vibrazioni del suono

Musica e natura: un’armonia celeste

La musica è nata prima dell’essere umano? Osho risponde in modo provocatorio: sì. La musica, intesa come sapiente organizzazione di suoni e pause nel tempo, esiste in natura indipendentemente da noi.

I ritmi sono ovunque: nelle gocce di pioggia che battono sulle foglie, nello scrosciare di un ruscello, nel rotolare di un sasso in discesa. L’uomo e la musica condividono la stessa origine celeste.

La filosofia, la scienza e le religioni organizzate sono arrivate molto tempo dopo. La musica, al contrario, è la vita stessa nel suo farsi: è la brezza che accarezza i rami, il canto spontaneo degli uccelli. Non esistono uccelli filosofi o torrenti sacerdoti, eppure sono tutti musicisti straordinari. Persino l’origine del nostro universo – il Big Bang – è un immenso suono primordiale le cui frequenze risuonano ancora nel cosmo.

L’acqua per la vita dell’anima

La musica è l’humus fertile in cui la spiritualità può fiorire. Osho evidenzia un legame inscindibile tra preghiera, meditazione e arte dei suoni, sostenendo che qualsiasi dottrina o religione che neghi o censuri la dimensione musicale vada apertamente contro natura.

Nel corso della storia, purtroppo, non sono mancate correnti religiose che hanno osteggiato la musica, etichettandola come un divertimento effimero e profano. Ne è un esempio l’Islam ortodosso, all’interno del quale è stato tuttavia necessario lo slancio vitale del Sufismo per restituire al suono la sua dignità sacra. I Sufi hanno integrato la danza e il canto nelle loro pratiche estatiche, diventando la vera anima fiorita di quella tradizione, nonostante le durissime opposizioni dei fondamentalisti.

Senza musica l’anima inaridisce. Un clima interiore rigido e austero è come un deserto in cui nulla può crescere. La musica è l’acqua che irriga la nostra terra interiore: innaffiamo la nostra anima e qualcosa, inevitabilmente, fiorirà.

musica natura vibrazioni e acqua

La parabola della chitarra e dell’amore

Per spiegare il concetto di non-possesso e di abbandono, Osho amava raccontare la storia di una vecchia chitarra dimenticata.

In una casa di campagna, uno strumento impolverato giaceva inutilizzato da generazioni. Non sapendo più come suonarla, i proprietari la consideravano ormai solo un ingombro fastidioso, un giocattolo rumoroso per i bambini o un ostacolo contro cui inciampare nel buio. Decisero così di disfarsene, abbandonandola sul ciglio della strada tra i rifiuti.

Un mendicante di passaggio vide lo strumento, lo raccolse e iniziò a suonarlo. La melodia che ne scaturì era così incredibilmente dolce e magnetica da radunare l’intero vicinato, compresi gli ex proprietari. Incantati e gelosi di tanta bellezza, questi ultimi pretesero la restituzione dello strumento dicendo: “È roba nostra, ridaccela!”.

Ma il mendicante sorrise e rispose:

“La chitarra appartiene a chi sa suonarla. Non è un oggetto da possedere, proprio come l’amore. Se sapete trarne musica, prendetela pure, sarà vostra. Ma se non siete capaci, la vostra gelosia è inutile. Questa chitarra stava aspettando me, e io lei. Tra noi c’è una fusione, siamo diventati un unico organismo. Senza questa unione, rimarrebbero solo uno strumento morto e un musicista silenzioso.”

(ispirato a: “Tao: I tre tesori”, Vol. III, Capitolo 10)

Esprimere l’inesprimibile

Come si può descrivere a parole l’esperienza di un amore immenso o l’estasi della meditazione? Osho sottolinea il limite invalicabile del linguaggio verbale. Le parole frammentano, definiscono, limitano.

La musica, al contrario, parla direttamente al cuore senza il filtro della mente razionale. Essa rivela l’inesprimibile proprio perché non ha un significato logico precostituito: si offre pura alla sensibilità di chi la riceve. Questa straordinaria capacità deriva da una combinazione unica:

  • Le doti fisiche del suono: le vibrazioni acustiche interagiscono direttamente con la nostra struttura cellulare e biologica (basti pensare agli studi della Cimatica).
  • Le doti psicologiche: la musica è fatta di note, ma anche di pause e di silenzi. Imitando la struttura del silenzio mentale, essa agisce come una chiave d’accesso per gli stati meditativi più profondi.

Canto, presenza e disidentificazione

Osho amava giocare con l’etimologia delle parole, ricordandoci spesso che medicina e meditazione condividono la stessa radice. La meditazione è, di fatto, la cura per la “malattia” della mente meccanica.

La nostra mente funziona spesso come un vecchio nastro pre-registrato: ripropone costantemente gli stessi schemi reattivi, le stesse ansie e gli stessi pregiudizi. Finché continuiamo a identificarci con questo flusso di pensieri automatici, rimaniamo prigionieri del passato. La via d’uscita consiste nel posizionarsi come “testimoni distaccati”, osservando i pensieri per quello che sono: impulsi chimici transitori.

In questo processo di risveglio, il canto e la musica si rivelano alleati formidabili. Il canto possiede tre qualità straordinarie:

  1. È celebrazione pura: porta gioia e vitalità, spazzando via il senso di rinuncia o frustrazione.
  2. È illogico e astratto: non si cura delle argomentazioni razionali. Chi è troppo polarizzato sulla mente logica fatica a toccare la verità del proprio essere. Cantando, la logica perde il suo peso opprimente.
  3. Nasce dal cuore: sposta il nostro centro di gravità dalla testa al petto, l’unico luogo in cui è possibile sperimentare la vera comunione con l’esistenza.

Quando la mente si acquieta e l’identificazione crolla, non rimane altro che pura, sacra e celestiale musica.

Per capire la musica occorre orecchio

Non tutti sono pronti a cogliere la bellezza del suono e la profondità del silenzio. Osho ce lo ricorda con una delle sue parabole più celebri e paradossali:

Un violinista, convinto che la sua arte potesse addomesticare anche le belve più feroci, si recò nel cuore della giungla africana. Iniziò a suonare e, in breve tempo, la radura si riempì di leoni, elefanti, uccelli e ippopotami, tutti visibilmente estasiati e commossi dalle sue melodie.

All’improvviso, un coccodrillo sbucò dal fiume e, con un balzo fulmineo, inghiotti il musicista in un solo boccone. Gli altri animali, furiosi e delusi, iniziarono a protestare: “Ma sei un idiota! Perché l’hai fatto? Ci stavamo godendo un concerto meraviglioso!”.

Il coccodrillo si guardò intorno confuso, si portò una zampa vicino all’orecchio e urlò: “Cosa?! Parlate più forte, non vi sentooo!”. (tratto da: “The Great Pilgrimage”, Capitolo 18)

Al di là della battuta, la morale è profonda: per comprendere la musica – e per fare quel passo successivo che conduce alla meditazione – occorre possedere la giusta sensibilità e il desiderio sincero di mettersi in ascolto. Solo allora il suono può diventare, per ognuno di noi, il ponte perfetto verso l’infinito.


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